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Cristo fra i muratori

Cinquanta anni fa uscì sugli schermi il film tratto dal romanzo di Pietro Di Donato, scrittore italoamericano e autore di un'esplosiva denuncia sociale

"Non soltanto perché lo giudichiamo un bel libro noi pubblichiamo Christ in concrete di Pietro Di Donato, ma per un motivo più profondo: Formalmente il romanzo è forse lontano dalle nostre forme letterarie; non ha nel discorso l'eleganza solenne di molti nostri scrittori ; ma intimamente e spiritualmente è libro italiano come pochi altri libri di lingua italiana lo sono. Italiano è il sentimento che, di vertebra in vertebra lo percorre. Sofferenza italiana, gioia italiana, l'una e l'altra all'estremo, vibrano nelle sue pagine. E i personaggi in esso soffrono all'italiana, con caldo dolore che cuoce, senza angoscia; all'italiana gioiscono, con entusiasmi impulsivi e immemori che provengano dal sangue, non da eccitazione. Si considerino, al riguardo l'episodio della festa tra paesani, e le innumerevoli pagine in cui la vedova o l'orfano piangono il marito e padre morto, ad un tempo evocandolo e invocandolo. Tutto ciò, più che i dati esterni sull'ambiente dei nostri emigrati e sulle lotte loro di figli del popolo, ci colpisce e appassiona. E l'italianità come natura, che si manifesta prepotentemente nell'aspetto di un altro linguaggio: conquistato, non conquistatore."

Niente più di questo lungo prologo, opera dell'editore Bompiani, descrive meglio il valore lasciato nella storia da un libro uscito nel 1945 e scritto da un autore sconosciuto residente negli Stati Uniti. Pietro Di Donato amava scrivere e lo ha fatto prima e dopo l'uscita di "Cristo fra i muratori", il suo grande successo editoriale; ma non era gloria artistica quella che l'italoamericano cercava per il suo romanzo. In quelle sue pagine egli infatti aveva semplicemente trasfuso il suo mondo, i suoi colori, la sua identità di italoamericano, figlio del melting pot americano, in pratica figlio di nessuno.

Nato a New Hoboken, New Jersey, nel 1911, Pietro Di Donato visse in prima persona l'epopea della grande migrazione italiana negli Stati Uniti. Il padre era un semplice manovale emigrato agli inizi del Secolo dalla città del Vasto, in provincia di Chieti e rappresentava soltanto un paio delle milioni di mani che contribuirono alla realizzazione delle grandi opere architettoniche americane. La vita dei tanti muratori italiani trascorse tra un grattacielo e l'altro delle metropoli nordamericane e il giovane scrittore visse in prima persona le costruzioni dei grattacieli di Manhattan e la sistemazione delle opere murarie nel porto di New York. Un'intera esistenza di emarginati, quella della prima generazione di emigranti, sacrificata sull'altare dell'acculturazione dei propri figli, per permettere l'inserimento in una società domintata dall'unico indiscutibile codice morale, il profitto.

"Cristo tra i muratori" uscì nel 1939 ed ebbe un notevolissimo successo di pubblico e di critica. Impregnato di autobiografia il racconto si collocò tra gli scaffali delle librerie come una vera e propria denuncia sociale del grande "boom" dell'emigrazione e attirò dopo pochi anni anche le attenzioni del cinema. Il regista Edward Dmytryck realizzò nel 1949 una pellicola incentrata su questo libro dandogli il titolo di "Give Us this Day"; realizzò in pratica il suo capolavoro, per un film che ancora oggi viene considerato un caposaldo della tematica sociale. Interpretato da una bravissima Lea Padovani, il film fu proiettato in Italia nel 1950 con il titolo originale del libro, "Cristo fra i muratori" e vinse il Premio Pasinetti della critica italiana alla Mostra internazionale del cinema di Venezia.

Successo meritato per una pellicola realizzata dal regista fuori dagli Stati Uniti. Dmytryck infatti subì sulla sua pelle la "caccia alle streghe" scatenata nel secondo dopoguerra dalla guerra fredda tra Stati Uniti e URSS, una guerra combattuta strenuamente nel cinema dalla "Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals", organismo che vedeva potenziali spie sovietiche in chiunque e che compilò liste di proscrizione nei confronti di uomini che a Hollywood non condividevano il generale isterismo da "grande paura".

Partorito lontano dai luoghi originari, il film si presentò a sua volta come il completamento di quell'ottima opera letteraria che ancora oggi rappresenta il libro di Pietro Di Donato, troppo presto dimenticato dagli storici e dagli appassionati della letteratura contemporanea.

L'autore infatti realizzò anche un secondo romanzo, "Tre cerchi di luce", incentrato sul mondo primitivo dei componenti della colonia italiana di New York, all'inizio del secolo, ritrovando il successo letterario ma scomparendo dalle scene con l'avvento di una filmografia postbellica tutta incentrata sui fasti della democrazia americana. Il mondo "esplosivo" di Pietro Di Donato conobbe così solo per pochi anni l'attenzione del grande pubblico.

I suoi scenari di obre cupe e di luce violenta, la sua filosofia amara e pazientissima, furono metabolizzate dalla società americana come un piccola crepa nel perfetto mondo delle opportunità, e vennero ricacciati definitivamente negli scantinati delle librerie e delle biblioteche.

Lo stesso Pietro Di Donato rimane un personaggio sospeso nella grande storia della nostra emigrazione. Grandissimo autore di denuncia sociale, indiscusso esponente di una stagione letteraria italoamericana esaltata anche da John Fante, Pascal D'Angelo e Mario Puzo, questo figlio della dura emigrazione italiana, testimone obiettivo delle grandi ingiustizie sociali americane di inizio secolo, lo scrittore di origini abruzzesi non ha avuto fortuna nella gara del tempo, troppo presto relegato tra le care cose perdute della memoria italiana nel mondo.