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Un'italiano tra i cannibali dell'Orinoco

La sfortunata missione cattolica e scientifica di Vincenzo Loverso

Il suo nome dovrebbe essere ricordato tra gli esploratori del Sudamerica eppure non restano davvero molte tracce, al di fuori di quelle rintracciabili negli Annali Lateranensi del Vaticano, di Vincenzo Loverso, un missionario che finì i suoi giorni in pasto (proprio nel senso letterale del termine) agli antropofagi del popolo dei Caberri.

Furono infatti di questo gesuita nato a Palermo i primi dettagliati resoconti dei Llanos dell'Orinoco, una vasta regione dell'alto bacino del fiume Orinoco, attualmente posizionata tra la Colombia e il Venezuela. E sue furono le relazioni inerenti la flora, la fauna e l'antropologia di questa vasta regione.

Nella Colombia del Seicento il mito dell'Eldorado aveva perso il suo fascino primordiale tra i colonizzatori spagnoli, ma le terre inesplorate erano ancora molte e la voce delle distruzioni perpetuate dai soldati europei aveva fatto il giro tra le popolazioni indigene del subcontinente sudamericano. La strada delle esplorazioni solitarie e della conversione cristiana rappresentava dunque una scelta altamente rischiosa e pregna di pericoli: finire nelle mani di tribù ostili della foresta amazzonica equivaleva a morte certa, dopo lunghe sevizie e torture di ogni genere.

Tutto questo padre Vincenzo lo sapeva bene ma la sua fede in Dio e una grande voglia di conoscenza lo spinsero a intraprendere un viaggio che avrebbe regalato numerose testimonianze ai tanti studiosi postumi dell'epoca coloniale colombiana e venezuelana.

Vincenzo Loverso nacque a Palermo e nella città siciliana di laureò in giurisprudenza. Nel 1680, affascinato (come tanti della sua epoca) dalle leggendarie gesta dei discepoli di S. Ignazio de Loyola, egli entrò nella Compagnia di Gesù e approfondì, accanto a quelli teologici, gli studi filosofici. Decise di mettere la propria vita al servizio delle missioni americane e qui fu inviato nel 1690. Città di destinazione fu Santa Fè, capitale della Nuova Granata, una regione che attualmente corrisponde alla Colombia.

Nel 1691 padre Vincenzo Loverso si diresse nei Llanos dell'Orinoco per intraprendere una delle tante spedizioni che valsero ai gesuiti il titoli di veri esploratori della regione. La foce del fiume Orinoco fu infatti scoperta da Cristoforo Colombo nel 1498 e le sue bocche da Alonso de Ojeda nel 1499 ma la conoscenza di questo enorme bacino fluviale tardò molto a completarsi. Negli atlanti disegnati da Ortelio nel 1570 il suo corso non veniva neppure menzionato e imperfette e superficiali erano le informazioni nel secolo XVI. Furono proprio uomini come Padre Vincenzo a fare finalmente luce sulla posizione geografica e sui costumi antropologici della zona, disegnando finalmente una precisa cartografia dell'Orinoco e dei suoi affluenti.

Il gesuita palermitano si addentra nella regione seguendo le missioni affidategli e posizionate lungo i fiumi Vichada, Meta, Arauca, Guaviare. Egli inviò numerose relazioni sul clima dei luoghi, lamentando la difficile convivenza umana con l'altissimo tasso di umidità e descrivendo con puntigliosità le numerose specie floreali e faunistiche incontrate lungo il suo pericolossimo cammino. Padre Loverso imparò bene le lingue dei Galibi, un popolo estremamente mite che viveva lungo il corso dell'Orinocoe riuscì a compiere numerose conversioni tra gli indigeni affascinati dalla "tunica nera".

Le imprese facili però non appartengono alla storia della Compagnia di Gesù ed egli decise di impegnarsi in un'avventura ben più ardua, indirizzando la sua opera missionaria verso i Caberri, ferocissimi guerrieri della regione. I Caberri, per ferocia superavano anche i temibilissimi Caribi e come essi praticavano il cannibalismo. Abbandonato dalle guide e da altri missionari meno avvezzi all'avventura estrema, il gesuita palermitano si inoltrò da solo tra i Caberri e visse tra stenti e pericoli, morso dalla fame e continuamente esposto alle insidie dei Caribi. Costretto a camminare senza una meta precisa, fu attaccato continuamente da animali feroci e stremato dalle zanzare.

Annotò con perseveranza tutte le proprie esperienze e allontanò lo spettro della morte sicura ricorrendo alla propria fede incrollabile e temprando il proprio spirito al martirio. Padre Loverso si adattò alla natura selvatica del territorio diventando quasi un tutt'uno con esso; imparò due lingue indigene all'anno e imparò a cacciare come i selvaggi; dai selvaggi imparò anche l'arte della sopravvivenza, costruendosi più di un giaciglio d'emergenza e passando intere settimane nel più assoluto isolamento.

Avvicinò con grande coraggio gli antropofagi Caribi e Caberri tranquilizzandosi soltanto nel ristoro presso i miti Galibi. Indirettamente ebbe modo di avere notizie anche delle popolazioni Gibari e Sucumbios, indicando nelle sue relazioni la presenza di almeno centocinquanta popoli e altrettante lingue nel territorio dei Llanos (appartengono al gruppo nordamazzonico delle lingue caribiche). Della popolazione dei Galibi, quella di Loverso resta ancora oggi la migliore descrizione antropologica.

Del resto il palermitano non poté affrontare con altrettanta serenità lo studio degli altri popoli confinanti. Nelle sue lettere indirizzate alla sede di Santa Fé vengono infatti descritte minuziosamente le usanze e le abitudini etnologiche del popolo dell'Orinoco e altrento precise risultano le indicazioni sui feroci Caribi e Caberri. Le note di Loverso sottolineano le caratteristiche di questi popoli ad ergologia primaria: coperti di tessuti di scorza d'albero, di foglie, di cotone, dotati di armi primordiali come la terribile clava, i Caribi e i Caberri praticavano rituali che anche altre popolazioni limitrofe consideravano aberranti: dediti alla mitologia lunare essi particavano il cannibalismo anche tra familiari, "allevavano" giovani vittime fino all'età di quindici anni per poi macellarle e mangiarle in una festa collettiva. Analoga sorte toccava ai nemici, che fatti "ingrassare" in apposite gabbie (a volte venivano anche accecati onde raggiungere meglio lo scopo) venivano uccisi con un colpo alla nuca o tagliati a pezzi ancora vivi per farli morire dissanguati.

Disgustato da tali comportamenti, Loverso non poté però scampare ai ripetuti assalti delle tribù antropofaghe. E dopo averle descritte in situazione di estremo pericolo, il gesuita italiano ne rimase infine vittima, venendo ucciso nel 1693.

Loverso è un nome importante tra gli esploratori del Sudamerica ed i suoi appunti avrebbero aiutato diversi etnologi europei impegnati nell'esplorazione di questo tratto amazzonico e destinati a restare nella grande Storia.

Humboldt, Koch, Tschudi avrebbero infatit descritto con minuziosa precisione i riti antropofagi delle tribù caribiche utilizzando le sfortunate carte del missionario, vero e proprio martire italiano della fede e della Scienza nel mondo, destinato all'oblio da un paese natale più volte ingrato con i propri figli sparsi nel Mondo.